Psicologia dell’ emergenza

PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA

La psicologia dell’emergenza si occupa di creare modelli efficaci di intervento in situazioni di emergenza quali calamità naturali,atti terroristici,incidenti provocati dall’uomo,calamità sociali come guerre ed epidemie. Trattandosi di un’operazione molto complessa,è evidente che per effettuare interventi di questo tipo sono necessarie competenze professionali tra loro molto diverse:mediche,psichiatriche,psicologiche,psicoterapeutiche e psicosociali in senso lato. Un interesse e un’utilità particolare rivestono le metodiche di intervento sui gruppi di persone traumatizzate,alcune delle quali sono il Defusing,il Demobilizing e il Debriefing per lo stress da incidenti critici (CISD).

Il Defusing consiste nella riunione di un ristretto numero di individui che partecipano o hanno partecipato all’assistenza delle vittime di un evento critico. L’incontro si svolge immediatamente dopo che si sia conclusa l’attività e prima di lasciare il luogo dell’evento. La finalità del defusing è quella di aiutare le persone ad alleviare gli effetti di un’esperienza dolorosa,prima che volontari e operatori facciano ritorno alle loro case e alle loro abituali incombenze. L’incontro ha una durata che può variare da 20 minuti a un’ora e consiste di tre fasi:

1. introduzione

2. ricerca

3. informazione

Durante la procedura di defusing i partecipanti sono coinvolti in una conversazione libera e,con l’aiuto del conduttore,esprimono le loro impressioni ed esperienze in merito all’evento critico. Intanto il conduttore fornisce loro le nozioni basilari nel campo dello stress e del trauma (nozioni che aiuteranno i soccorritori ad accettare le proprie reazioni e a considerarle normali in circostanze del genere). Oltre a questo il conduttore descrive le differenti modalità con cui fronteggiare lo stress e gli eventi traumatici. Il defusing può servire talvolta come procedura sostitutiva del de briefing,ma talora può essere indicazione del fatto che i partecipanti necessitano di maggior supporto ed assistenza e quindi,appunto,del debriefing.

Il Demobilizing (smobilitazione) è un intervento brevissimo attuato solo dopo la conclusione di accadimenti critici di vasta portata. I partecipanti all’evento sono invitati da un operatore a riunirsi dopo la conclusione dell’evento critico;l’operatore parla loro,in genere per una decina di minuti,dei sintomi dello stress dopo un evento critico e delle procedure di self-help (auto-aiuto). Dopo questo i partecipanti possono avere un breve periodo di tempo per colloquiare in modo informale e quindi,dopo un breve riposo o uno snack,faranno ritorno al proprio domicilio e alle loro normali attività.

Il Debriefing per lo stress da incidenti critici (CISD) è impiegato nel trattamento delle persone che sono vittime di incidenti critici;tale procedura,rispetto alle precedenti,è la più complessa. Questa metodica fu messa a punto negli anni ’80 con la finalità di alleviare i sintomi dello stress che spesso affliggevano i componenti dei servizi di Pronto Soccorso,dopo aver assistito ad esperienze estremamente traumatiche. Con il passare del tempo le procedure di Debriefing furono allargate e,con successo,portate anche nelle scuole,nelle banche,negli ospedali e in altri ambienti comunitari. Il debriefing è una procedura di intervento da attuare con gruppi di individui che sono stati esposti o hanno comunque subito un evento critico. Il contesto del gruppo è una componente importante di tale intervento,poiché è il gruppo stesso a facilitare la dinamica di ogni fase di questa tecnica. A livello cognitivo il debriefing si raggiunge quando ogni componente del gruppo riesce a descrivere ciò che è accaduto,a titolo individuale,e tutti gli altri possono farsi un’idea del quadro completo dell’evento. Il contesto del gruppo  ha anche un’importanza cruciale nella fase dei sintomi,infatti la consapevolezza che altre persone possono avere reazioni similari a quelle proprie contribuisce a normalizzare tali reazioni. Quindi,l’attuazione di un intervento di crisi con un gruppo di persone afflitte dallo stesso evento,rende più facile l’integrazione dell’evento critico nel vissuto personale delle vittime. Per concludere possiamo dire che il CISD è un incontro strutturato organizzato per gruppi,ma in certi casi anche per singoli individui,reduci da un episodio particolarmente disturbante. Le conseguenze psicologiche di un’esperienza traumatica,spesso sottovalutate,comportano un deterioramento più o meno lento delle capacità adattive e socio-comunicative di un individuo. In tale contesto un intervento psicologico è di fondamentale rilievo. Il CISD è un importante strumento che offre agli individui vittime di un trauma,la possibilità di esternare e confrontare con altri i propri pensieri,ricordi ed emozioni più disturbanti,in modo da poterli comprendere meglio e normalizzarli.

Obiettivi del CISD: la finalità di questa procedura è prevenire le difficoltà emotive e proteggere la salute mentale di quanti siano stati vittime di un evento traumatico. La dinamica consiste in un’analisi dettagliata dell’incidente critico,oltre che fare il punto su pensieri,sensazioni,reazioni emotive e comportamenti che si sono manifestati durante e dopo l’evento. Tale procedura fornisce anche informazioni (o norme di comportamento) su alcuni fatti significativi,per permettere l’integrazione dell’evento traumatico,per permettere l’integrazione dell’evento traumatico nella precedente esperienza del singolo individuo. La logica e i concetti di base del debriefing sono relativamente semplici,ma la complessità della sua dinamica diventa evidente solo durante la sua attuazione;quando ci troviamo di fronte a persone colpite da un grave stress. E’ allora che diverse variabili possono influenzare il corso del debriefing (Mitchell e Every,1996). In aggiunta alla finalità di integrare l’evento traumatico (farlo proprio,interiorizzarlo,ricondurlo a una situazione di normalità relativa),la procedura può limitare l’insorgenza di disturbi da stress post-traumatico;infatti essa permette alle persone coinvolte di verbalizzare la loro angoscia e di capire le proprie reazioni allo stress,prima che si rinforzi dentro di loro un’erronea interpretazione dell’evento. Riassumendo possiamo dire che gli obiettivi del debriefing sono:

  • Riduzione dello stress traumatico,causa principale di gravi disturbi e alterazioni nei rapporti interpersonali,il che implica il conversare,l’ascoltare e il conciliare;
  • Rassicurazione;
  • Fornire informazioni utili alla comprensione delle proprie reazioni nei confronti del trauma;
  • Creare legami interpersonali che combattano l’isolamento sociale,spesso conseguente a gravi stress;
  • Creare un rapporto positivo con le istituzioni sanitarie per eventuali future necessità;
  • Aumentare la collaborazione tra organizzazioni che lavorano in sinergia.

Cosa è e cosa non è il Debriefing

Una seduta di debriefing non è un “counseling”,non è neppure una seduta di psicoterapia in senso tradizionale,così come non è nemmeno una procedura “curativa”. E’ invece un tentativo di limitare al minimo la possibilità che reazioni psicologiche possano assumere proporzioni altamente dannose. E’ importante sottolineare il fatto che questa procedura di intervento non può impedire che insorgano dei disturbi post-traumatici,ma può fornire al singolo individuo lo strumento per limitare,comprendere e intraprendere ulteriori iniziative. Il debriefing è quindi un metodo di intervento che rientra nell’ottica della prevenzione primaria e quindi la sua efficacia si può osservare nel tempo. Questa tecnica di intervento non dovrebbe essere adottata per esperienze stressanti di poco conto,ma in situazioni in cui vi sia stato un considerevole tasso di rischio per le persone coinvolte.

Popolazione a cui è rivolto il CISD: soggetti normali esposti ad eventi critici.

Tempi di applicazione del CISD: il momento più adatto per il debriefing si ha quando sono trascorse 24/48 ore dall’esposizione all’evento (cioè il tempo necessario per consentire alle persone coinvolte di riprendersi dal primo shock fisico ed emotivo). Il debriefing può essere tenuto in qualsiasi momento dopo l’evento,ma più passa il tempo e più i ricordi si fanno confusi. In ogni caso il debriefing non è più consigliato una volta trascorsi 3 mesi dall’evento. L’ambiente ideale per il debriefing è un locale non turbato da intrusioni esterne,compreso lo squillo di un telefono. Il gruppo dovrebbe essere seduto attorno ad un tavolo,con una disposizione diversa dal modello della terapia di gruppo,che prevede invece uno spazio vuoto al centro. Ai conduttori del debriefing sono richieste diverse capacità. Essi devono possedere:

  • Familiarità con il lavoro di gruppo,con i problemi d’ansia e con il loro trattamento,con le esperienze traumatiche e quelle dolorose:
  • Sicurezza e padronanza nei confronti della gravità delle emozioni.

Il debriefing dovrebbe avvalersi di un conduttore riconosciuto,e di uno o due collaboratori;vi sono però occasioni in cui questo non è realizzabile,eppure il debriefing viene effettuato lo stesso. Altri compiti aggiuntivi per l’operatore sono:

  • Annotare le dinamiche di gruppo;
  • Non impedire ai soggetti traumatizzati di entrare e uscire dal locale;
  • Dedicare tempo aggiuntivo ai soggetti che sembrano particolarmente angosciati;
  • Tenere un resoconto scritto sull’evento.

Riassumendo,possiamo ricordare che il CISD va attuato non prima di 24/48 ore dall’evento traumatico e non oltre i 3 mesi dallo stesso,in quanto l’efficacia dell’intervento si riduce con il passare del tempo;ecco perché è meglio effettuarlo celermente.

Composizione dei gruppi nel CISD: l’entità numerica dei componenti del gruppo è importante e talora complessa;non si dovrebbero superare le 15 unità a meno che non si presentino circostanze straordinarie. Comunque,se il numero di persone che vuole partecipare al debriefing è cospicuo,si possono ripartire in sottogruppi di non più di 15 individui. Infine non si dovrebbe consentire la presenza di osservatori. Riassumendo possiamo dire che il gruppo deve essere composto da:

  • Leader (professionista della prevenzione dei disagi mentali,capace di delineare gli obiettivi,gestire i tempi,facilitare il processo di elaborazione e di evitare l’insorgenza di processi distruttivi)
  • Co-leader (generalmente un collega esperto che si preoccupa di controllare i segni di disagio nei membri del gruppo)
  • Collaboratore “sorvegliante” (impedisce l’accesso ai non autorizzati,cerca di far tornare un membro che si allontana dal gruppo,offrendogli sostegno in caso di mancato rientro;resta con lui e se opportuno ci lavora individualmente oppure dispone di un follow-up (controllo nel tempo). In caso di rifiuto del follow-up gli fornisce un biglietto da visita e lo invita a chiamarlo se dovesse averne bisogno).

I gruppi dovrebbero dovrebbero quindi essere composti da non più di 8-15 persone che sono state esposte ad un evento critico.

Durata delle sessioni di CISD: orientativamente una sessione di CISD dura da 45 minuti fino a 3 ore,a seconda del numero dei partecipanti e della complessità della situazione.

Fasi del CISD: le fasi del debriefing devono essere scandite l’una dopo l’altra,per garantire il buon esito dell’incontro. Le fasi sono:

  1. INTRODUZIONE: si tratta di una fase importantissima. Se l’introduzione è chiara diminuiscono le probabilità che il gruppo,per un motivo o per un altro,riesca male. Più tempo si dedica all’introduzione e meno facilmente qualcosa andrà storto. Il conduttore in questa fase presenta ai partecipanti il team (co-leader e collaboratore) e le finalità dell’incontro,secondo uno schema verbale ben preciso- per esempio:”Io sono….Lui è….questa procedura è già stata usata con persone che sono state vittime di un evento drammatico simile al vostro ed è stata ritenuta molto utile dai partecipanti. Ci darà modo di scambiarci alcune impressioni e stati d’animo che non abbiamo mai provato. In questo modo ci renderemo conto che certi pensieri sono condivisi anche da altri e quindi sono normali. Questo scambio di impressioni e stati d’animo vi aiuterà a tenere sotto controllo tutti quei pensieri altamente emotivi che potrebbero,a lungo andare,sopraffarvi”.

Questa fase è importante perché il conduttore informa le persone che il debriefing è una procedura già utilizzata in situazioni simili e che è stata utile per chi se ne è servito. Inoltre egli crea delle aspettative sul fatto che i partecipanti stanno per condividere pensieri e stati d’animo e che troveranno utile farlo. In seguito il conduttore comunica alcune regole mirate a limitare l’ansia dovuta alla procedura stessa:

  • Il conduttore comincia col rassicurare i partecipanti sul fatto che nessuno avrà da ridire se qualcuno non desidera fare il debriefing. Tutti i partecipanti,uno alla volta,devono dire il loro nome e il rapporto che hanno con l’accaduto. E’ importante che in questa fase tutti i membri restino in silenzio e ascoltino chi,a turno,è stato invitato a parlare;
  • Il conduttore prima impegna e responsabilizza tutti i partecipanti e quindi li rassicura sul fatto che tutto ciò che sarà detto resterà riservato nell’ambito del gruppo,chiedendo a tutti i partecipanti di rispettare l’impegno,evitando quindi di spettegolare su ciò che ognuno di loro potrà esprimere;
  • Il conduttore deve chiarire che l’incontro non ha finalità di critica o giudicativa. Ciò impedirà l’insorgere di potenziali situazioni di rimprovero o di forte criticismo tra i partecipanti al gruppo. Tali situazioni possono,infatti,inficiare la riuscita del debriefing;
  • Il conduttore chiede ai partecipanti di parlare solo per sé e delle loro personali reazioni,non di quelle degli altri. Si impedisce in questo modo che insorgano inutili generalizzazioni e stereotipi e inoltra si aiutano i singoli ad assumersi la responsabilità dei propri stati d’animo;
  • Il conduttore avverte i partecipanti che durante le fasi del gruppo qualcuno potrebbe sentirsi male,precisando che ciò è normale e che dipende dal fatto di richiamare ricordi dolorosi legati all’evento;
  • Il conduttore sottolinea il fatto che la seduta andrà avanti senza interruzioni,quindi se c’è qualcuno che deve andare al bagno è opportuno che lo faccia subito;
  • Il conduttore avverte i partecipanti che se qualcuno dovesse essere colto da una profonda crisi d’ansia,quest’ultimo potrà uscire dal gruppo e una persona che fa parte del team si occuperà di lei/lui;
  • Infine il conduttore fornisce una breve descrizione della struttura della riunione.

Riassumendo:si presentano il team e gli obiettivi,si descrive il processo del CISD,si invitano i partecipanti alla privacy,si definiscono i limiti,si stabilisce una coesione provvisoria e si motivano i partecipanti.

2. FASE DEL FATTO: in questa fase ognuno dei partecipanti descrive cosa gli è accaduto durante l’evento. I partecipanti sono inoltre invitati a descrivere come si sono trovati coinvolti nell’evento e        quale è stata la sequenza dei fatti. La finalità è quella di delineare un chiaro e corretto quadro dello svolgersi dell’evento,rendendolo disponibile per tutti. Ciò è necessario perché,a causa del diverso punto di osservazione dei singoli,o a causa di una percezione parziale,ogni soggetto tende ad avere una visione ristretta degli eventi. Alcuni possono aver vissuto solo una parte dell’evento,ad altri invece possono essere sfuggiti aspetti essenziali. Conoscere gli eventi nella loro interezza consente una piena formulazione di essi e una sensazione di organizzazione cognitiva. E’ proprio questo uno dei principali obiettivi del debriefing:fornire cioè alle persone coinvolte la possibilità di ragionare in modo più oggettivo,piuttosto che sentirsi sopraffatte. Quindi riassumendo,bisogna favorire la comprensione dell’accaduto e costruire un’immagine globale degli eventi con l’aiuto di tutti i componenti,evitando di entrare direttamente nel mondo delle emozioni.

3. FASE DEL PENSIERO: in questa fase il debriefing si focalizza sulle decisioni e sui processi di pensiero. Una domanda di apertura per introdurre questa fase potrebbe essere: “Quali sono stati i vostri primi pensieri quando si è verificato l’evento?” . Il primo pensiero può infatti riflettere ciò che successivamente diventa il nucleo centrale dell’ansia. Un’ulteriore domanda che si può porre è: “Cosa facevate durante l’accaduto?Perchè?” . Al termine di questa fase possono essere approfondite le impressioni che i partecipanti hanno avuto dell’evento. Le possibili domande da porre sono: “Cos’hai visto,udito o percepito con l’olfatto?”. Le impressioni sensorie formano la base delle immagini e dei pensieri riaffioranti,le quali possono risultare molto disturbanti nel periodo successivo all’evento traumatico. Confrontare e verbalizzare tali ricordi con quelli di altre vittime dell’accaduto,consente di renderli meno possenti e quindi far sì che riaffiorino con minore frequenza e intensità. Ciò accade perché i ricordi vengono allocati in una struttura cognitiva che impedisce loro di agire in maniera casuale. Infine la condivisione dei ricordi permette il loro ridimensionamento,dandogli una caratteristica meno individuale e meno invasiva. In definitiva la fase del pensiero rappresenta il passaggio dall’ambito emotivo a quello cognitivo. Così ai partecipanti viene chiesto di descrivere a turno il loro primo pensiero,o quello predominante,una volta resisi conto che la situazione fosse anomala.

4. FASE DELLA REAZIONE: in questa fase vengono passati in rassegna i sentimenti. Perché ciò si realizzi al meglio,il team deve fare in modo che le persone condividano,per quanto dolorosi,i propri sentimenti,dato che la loro esclusione potrebbe rivelarsi estremamente dannosa. La dinamica della condivisione dei sentimenti dà origine a una percezione di similarità e di normalità delle reazioni. Tale dinamica inizia chiedendo: “Qual è stato il pensiero più scioccante riguardo all’evento vissuto? ” . Dare alle persone la possibilità di parlare delle reazioni e dei pensieri concernenti l’evento è fondamentale,proprio perché è intorno a queste esperienze che si incentrano i sentimenti conflittuali che a lungo andare possono originare delle difficoltà. E’ importante che il conduttore in questa fase dia a tutti la possibilità di parlare,rimanendo però accorto nel bloccare sul nascere qualsiasi atteggiamento di critica che può insorgere. E’ essenziale delineare con le famiglie,gli amici e i conoscenti le strategie atte a fronteggiare i problemi emotivi reciproci,nelle settimane a venire;questo è utile per impedire lo sviluppo degli atteggiamenti critici e colpevolizzanti nel gruppo. I partecipanti devono imparare che è sano esprimere i propri sentimenti e anche che non ne verranno sopraffatti se troveranno sicurezza negli altri. In questa fase è possibile che qualche partecipante si emozioni in modo incontenibile;questo è un momento fondamentale per sollecitare le capacità di sostegno degli altri. In particolare esso riguarda il sostegno della persona che si trova accanto a quella sofferente o in difficoltà. Il conduttore in questo caso dovrà invitarla con un gesto,incoraggiarla a manifestare un gesto di conforto,come può essere un abbraccio o più semplicemente il poggiare una mano sulla spalla. Se una persona desidera allontanarsi,uno dei collaboratori che fanno parte del team l’accompagnerà all’esterno per verificare che stia bene e invitarla a rientrare prima possibile nel gruppo. E’ importante anche tener d’occhio le persone che danno l’impressione di soffrire molto,quelle che se ne stanno in silenzio o che hanno sintomi estremi;può succedere infatti che siano queste le persone più a rischio. Al termine del trattamento è consigliabile avvicinare questi individui  per fornire loro un aiuto individuale. In tal caso va tenuto presente che,nell’andare a fornire un aiuto individuale,accade talvolta che il soggetto riporti dei ricordi che riguardano episodi traumatici del suo passato;in ogni caso il conduttore deve tentare di dare dei consigli su come superare questi ricordi traumatici,ma generalmente le esperienze individuali e non comuni al gruppo devono,pur con delicatezza,essere escluse dal debriefing. Riassumendo,ai partecipanti viene chiesto di condividere le sensazioni vissute durante l’incidente e quelle provate attualmente.

5. FASE DEI SINTOMI: in questa fase vengono discusse,con maggior dettaglio,determinate reazioni. Infatti il conduttore chiede ai partecipanti di descrivere i sintomi (emotivi,cognitivi e fisici) che hanno provato durante il verificarsi dell’evento,alla sua conclusione,quando hanno fatto ritorno a casa,durante i giorni successivi all’evento stesso e nel momento attuale. Senza dubbio i partecipanti riferiranno scenari che ricordano lo stress post-traumatico;il rivivere l’accaduto,la tendenza all’isolamento,lo stupore e l’iper-eccitazione. E’ possibile che alcuni soggetti riferiscano di avere avvertito,innanzitutto,modeste impressioni,iniziando a provare tensioni molto angosciose una volta trascorse 48 ore dall’evento. Essi possono comunicare anche la comparsa di reazioni fobiche,il che capita prevalentemente a quei soggetti che mostrano poi di non essere in grado di tornare sul luogo dell’evento. Può accadere inoltre che alcuni soggetti riferiscano di avere avuto la sensazione di non trovare nei familiari un sostegno adeguato,in quanto essi non comprendevano il dramma vissuto. Quindi riassumendo,in questa fase è importante la valutazione dei sintomi avvertiti durante e dopo il trauma. Se il gruppo esita a parlare dei sintomi,il team può elencare le reazioni tipiche in un caso simile e chiedere ai partecipanti se hanno sperimentato o meno tali reazioni.

6. FASE DELLA FORMAZIONE O “FORMAZIONE”: in questa fase il conduttore deve cercare di fare una sintesi delle reazioni riportate dai partecipanti. Egli dovrebbe evidenziare le similitudini fra queste e quindi provare a normalizzarle. E’ importante sottolineare il fatto che questo tipo di reazione è normale e comprensibile di fronte ad eventi così abnormi. Inoltre è importante che il conduttore accenni ai possibili sintomi o stati d’animo che i partecipanti potranno provare nelle settimane che seguono;sempre il conduttore deve far notare che è normale attendersi che i sintomi diminuiscano con il passare del tempo,cosa che permette ai partecipanti di formarsi delle aspettative e di formulare delle strategie di coping. In questa fase è importante insegnare tecniche di gestione dello stress,incoraggiare l’auto-aiuto e suggerire delle modalità comportamentali sane:sonno,alimentazione,riposo,attività fisica,evitando il ricorso all’alcool e a sostanze stupefacenti.

7. FASE DEL REINSERIMENTO: in questa fase il conduttore spinge il gruppo a parlare dei propri progetti per il futuro e delle strategia di fronteggia mento (sostegno familiare e sostegno dato dai gruppi omogenei). In effetti,una delle principali finalità del debriefing è quella di favorire la coesione all’interno del gruppo. I partecipanti dovrebbero quindi essere informati su come contattare,in caso di necessità,il team del debriefing. Per riassumere questa fase risolve le eventuali problematiche rimaste in sospeso,pone l’incidente e l’esperienza in una prospettiva adeguata,fornendo indicazioni per compiere passi costruttivi verso un’ulteriore risoluzione dello stress o del trauma. Questa è l’ultima opportunità nel processo per chiarire aspetti,rispondere a domande,trarre conclusioni e favorire il reinserimento del gruppo nelle sue funzioni normali.

8. FOLLOW-UP: questa verifica è utile nel tempo e può avvenire attraverso modalità diverse,come telefonate,posta elettronica,ulteriori riunioni in gruppo,schede o test di valutazione psicologica.

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