Trattamento Farmacologico nella Psicoterapia

Trattamento Farmacologico nella Psicoterapia

 

Definizioni

Gli psicofarmaci sono quei composti, di origine naturale o sintetica, il cui
effetto principale consiste nella modificazione dell’attività psichica e vengono
usati nella terapia dei disturbi psichici.
La parola “psicofarmaci” evoca nella gente di solito un atteggiamento
generalmente negativo, cui contribuisce un insieme di luoghi comuni,
stereotipi culturali, posizioni ideologiche.
Essi costituiscono un insieme molto eterogeneo di sostanze che hanno in
comune tra loro solo il fatto di interagire con il sistema nervoso centrale, ma
ciascuno ha una propria specificità e svolge peculiari azioni. Alcuni sono
sedativi, altri stimolanti, altri sono ansiolitici senza però dare sedazione, altri
ancora non hanno alcun effetto immediato sulla vigilanza. Alcuni producono
sensazioni soggettive decisamente sgradevoli, mentre altri possono generare
sensazioni di benessere; certi hanno un’azione immediata, altri necessitano
di un periodo di alcune settimane prima di esplicare la propria azione.
Per quanto siano state proposte diverse classificazioni dei farmaci psicoattivi,
in sostanza rimangono fondamentali le quattro categorie i cui capostipiti sono
stati scoperti negli anni ’50: antipsicotici, antidepressivi, ansiolitici e
stabilizzatori dell’umore. Ciò che invece è cambiato in misura sensibile sono
le indicazioni sottintese al nome di queste categorie, che si sono molto
allargate: gli antipsicotici vengono usati anche in patologie ben diverse dalle
psicosi (per esempio in anestesiologia); gli antidepressivi trovano il loro
campo di applicazione, oltre che nelle depressioni, nella terapia dei disturbi
d’ansia.
Per quanto la farmacologia inizi ufficialmente nel 1952, anno di introduzione
nella clinica del primo psicofarmaco, fin dall’antichità erano note sostanze
che si dimostravano attive sulle funzioni psichiche.
L’associazione farmacoterapia-psicoterapia

Per quanto l’impiego di un intervento farmacologico e psicologico in maniera
integrata si sia progressivamente diffuso in psichiatria e in psicologia clinica,
vi sono ancora evidenti problemi e difficoltà a combinare trattamenti come la
psicoterapia e i farmaci, per loro natura diversi e tradizionalmente distinti
nella cultura psicologica e psichiatrica. Gli psicoterapeuti hanno spesso
criticato i trattamenti farmacologici per il loro effetto sostanzialmente
sintomatologico, ritenendo che non possano agire sulla struttura e sulle
dinamiche psichiche profonde dell’individuo senza ridurre il rischio di
eventuali ricadute. Inoltre l’impiego di farmaci, a detta di molti, potrebbe
influire negativamente sul processo psicoterapeutico portando a una
diminuzione della motivazione al trattamento in seguito alla scomparsa,
dovuta all’azione farmacologica, dei sintomi psichici. Ciò andrebbe a limitare
la possibilità di sviluppare una relazione e un’alleanza in grado di intervenire
sulle aree critiche del disagio.
Esistono però numerose conferme degli aspetti positivi dovuti all’integrazione
dei due approcci poiché ognuno svolgerebbe un ruolo complementare
all’altro. La terapia farmacologica, se mirata e correttamente modulata, è in
grado di svolgere un’azione facilitante sul funzionamento psicologico e sulla
capacità del paziente di partecipare al processo psicoterapeutico:
l’alleviamento dei sintomi contribuisce ad aumentare l’accessibilità del
paziente e a migliorarne la capacità di entrare in contatto col proprio disagio e
parlarne.
Il trattamento combinato è stato raccomandato dalle linee guida dell’APA
(American Psychiatric Association) e da un punto di vista neurobiologico
crescono ogni giorno le evidenze empiriche che gli stessi cambiamenti
cerebrali ottenuti dalle terapie farmacologiche si mostrano anche nei pazienti
che hanno conseguito giovamento dalle psicoterapie.
Si è così giunti a una situazione di consenso generale in cui è opinione
diffusa e condivisa tra i vari specialisti della salute mentale che psicoterapia e
farmacologia possono avere un funzionamento sinergico.

Classificazione

Come abbiamo detto, i farmaci ad azione psicotropa si dividono in quattro
categorie: antidepressivi, ansiolitici, stabilizzanti dell’umore e antipsicotici.

Antidepressivi: inibitori delle monoaminossidasi (IMAO), antidepressivi
triciclici (TCA), inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), altri
antidepressivi (SNRI, SARI, NDRI, NARI, NaSSA)
Gli antidepressivi sono in grado di risolvere completamente l’episodio
depressivo, con totale ritorno alle condizioni pre-malattia. All’inizio della
terapia la sintomatologia può anche acuirsi a causa degli effetti collaterali. Il
livello della risposta positiva agli antidepressivi può essere la totale
risoluzione dell’episodio, oppure un miglioramento soddisfacente, senza però
incidere sulla vulnerabilità alla depressione.

Ansiolitici: benzodiazepine
È possibile definire gli ansiolitici come quei farmaci che controllano l’ansia in
tempi rapidi. Sin dalla loro introduzione, le benzodiazepine (BDZ) hanno
raggiunto un’enorme popolarità a motivo della loro rapida efficacia e della
sicurezza d’uso. Dato che sono disponibili valide opzioni per il trattamento
delle forme d’ansia patologica, da qualche tempo si considera che le BDZ
non rappresentino il trattamento di prima scelta. Dovrebbero essere
prescritte, nel trattamento dell’ansia, come terapia sintomatica transitoria,
come terapia d’emergenza, come terapia di accompagnamento e, in misura
minore, come sonnifero e muscolorilassante.
Le BDZ sono rapidamente efficaci nell’abbassare il livello di ansia, la tossicità
è molto ridotta, o quasi assente, gli effetti collaterali poco rilevanti, la
sensazione soggettiva dopo l’assunzione è in genere gradevole. Il principale
problema nell’utilizzo di tali farmaci in trattamenti prolungati può essere lo
sviluppo di tolleranza e dipendenza fisica.

Antipsicotici: neurolettici, antipsicotici atipici
I farmaci antipsicotici sono stati i primi psicofarmaci in assoluto. Il fatto che
esistessero delle sostanze chimiche in grado di modificare potentemente e
positivamente le più tipiche manifestazioni della follia (deliri e allucinazioni)
ha portato a mutamenti epocali sia nell’interpretazione della malattia mentale,
sia nell’organizzazione della psichiatria.
Essi si dividono in neurolettici tradizionali e antipsicotici atipici. I primi
rappresentano il più importante presidio terapeutico per le diverse forme di
schizofrenia, l’eccitamento maniacale, le psicosi acute, i disturbi deliranti, il
disturbo schizoaffettivo. I secondi, e in particolare clozapina e olanzapina,
vengono anche utilizzati come farmaci stabilizzanti dell’umore.

Stabilizzatori dell’umore: sali di litio, carbamazepina ecc.
Gli stabilizzatori dell’umore, specie il sale di litio, vengono utilizzati nel
trattamento del disturbo bipolare, soprattutto nella prevenzione delle ricadute;
sono in grado di prevenire sia gli episodi di mania che quelli di depressione.
Sostanzialmente il litio come terapia preventiva deve essere assunto a vita: la
quasi totalità dei pazienti che sospendono il litio dopo un periodo di anni di
assoluto benessere vanno incontro a una grave ricaduta entro 6 mesi dalla
sospensione. Il maggior problema del litio è la sua tossicità a livelli di poco
superiori a quelli terapeutici.

a cura della Dott.ssa Broccolini Oriana – Psicoterapeuta

e Dott. Stefano Marchetti  – Dottore in Psicologia

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