IL FENOMENO DELLO STALKING

IL FENOMENO DELLO STALKING
Lo stalking descrive un complesso comportamentale eterogeneo, difficile da inquadrare in una precisa categoria nosografica. Il profilo dello stalker non coincide necessariamente con una condizione psicopatologica.
I comportamenti che caratterizzano il fenomeno si individuano in una serie di attività che sfumano in comportamenti di base considerati normali, quali sono i tentativi di ristabilire una relazione interrotta, ma che in questo caso sono esasperati e possono assumere, per pervasività, coerenza e persistenza nel tempo, effetti negativi dal punto di vista psicologico per la vittima, la quale rischia di subire atti violenti o addirittura letali.
Il fenomeno dello stalking è diventato oggetto di studio solo a partire dai primi anni 90. Gli Stati Uniti sono stati i primi ad approvare una specifica legislazione anti-stalking, in Italia l’apparato giuridico lo ha riconosciuto come reato solo nel 2008.
Melov e collaboratori (1996) hanno racchiuso gli elementi distintivi del fenomeno all’interno della definizione di “obsessional followers” (persecutori ossessivi). Secondo tali autori questa definizione metteva meglio in luce quella che è la componente cognitiva e motivazionale delle azioni: le ossessioni.
Il profilo dello stalker in questo modo si configura come quello di una persona che mette in atto un tipo di comportamento anomalo a lungo termine che comprende minacce e molestie dirette ad uno specifico individuo. Il mezzo prediletto di contatto con la vittima sembra essere il telefono, ma l’attività di spionaggio e sorveglianza è solo uno degli elementi del repertorio comportamentale.
Galeazzi e Curci (2002) hanno proposto la definizione di “sindrome del molestatore assillante” che pone l’accento sulla patologia della comunicazione e della relazione molestatore-vittima. Le componenti costitutive che vanno a delineare il quadro sono in primo luogo un attore o molestatore che individua una persona nei confronti della quale sviluppa una polarizzazione ideologica affettiva e verso la quale mette in atto dei comportamenti che hanno la connotazione di sorveglianza, comunicazione o ricerca di contatto; in secondo luogo nel contesto specifico va a delinearsi una specifica modalità relazionale e comunicativa della coppia stalker-vittima, come conseguenza delle diverse tipologie di risposta che la persona oggetto di attenzioni può adottare in reazione alle attività di molestia; infine c’è la vittima, la quale percepisce le attenzioni come sgradevoli, invadenti e intrusive e, in quanto tali, sono fonte di paure e senso di minaccia.
Per quanto riguarda i comportamenti, Mullen (1999) li suddivide in due tipologie: comunicazioni intrusive (cioè telefonate, lettere, sms e mail) e contatti. Quest’ultima categoria può essere suddivisa in controllo diretto (pedinare, spiare, sorvegliare) e confronto diretto (visite a lavoro e a casa, minacce e violenza).
Con la comunicazione intrusiva lo stalker cerca di trasmettere messaggi sui propri vissuti, sentimenti, bisogni, impulsi, desideri e intenzioni che derivano tanto da stati affettivi amorosi, quanto da sentimenti di odio e vendetta.
Con il contatto il molestatore obbliga l’oggetto delle sue attenzioni in qualche modo a relazionarsi con lui e a subire il suo controllo. Generalmente le molestie si palesano in forme miste: alla comunicazione intrusiva seguono i comportamenti di contatto, che nei casi più estremi possono sfociare in aggressioni, violenza sessuale e anche in omicidio, come ci è tristemente noto attraverso i fatti di cronaca. La violenza dello stalker è denominata “affettiva” e raramente è premeditata. Nel caso in cui ci fosse in gioco l’elemento intenzionale, verrebbe considerata con maggiore probabilità la presenza di un nucleo sociopatico.
La vittima vive continuamente una situazione di forte stress, il quale può essere fonte di disturbi d’ansia e depressione con forti ripercussioni sul funzionamento sociale e lavorativo.
Lo stalker di solito è di sesso maschile (nel 70% dei casi), è un ex partner o un partner e ha un’età compresa tra i 18 e i 25 anni (nel 55% dei casi). Quando l’età è superiore ai 55 anni si ha a che fare con un comportamento problematico messo in atto in reazione ad una separazione o ad un divorzio.
Quello dello stalking non è un fenomeno omogeneo e quindi non è possibile far rientrare i molestatori assillanti in una categoria diagnostica precisa o identificare in tutti i casi la presenza di una vera e propria psicopatologia di riferimento. Infatti, se è vero che non tutti gli stalkers sono affetti da disturbi mentali, è altrettanto vero che al comportamento non è sempre associato l’abuso di sostanze. Dietro alle molestie si nascondono motivazioni anche molto diverse fra loro.
Mullen e collaboratori (1999) hanno introdotto una classificazione di molestatori che consente di distinguere tra le seguenti categorie:
Il risentito: il suo comportamento è alimentato dalla vendetta poiché è convinto di aver subito un torto o un’ingiustizia. Questa categoria può rivelarsi pericolosa sia per l’immagine della vittima, all’inizio e, successivamente, per l’incolumità della persona stessa. La problematica più seria deriva da uno scarso esame della realtà: il risentimento tende a far percepire i propri comportamenti come giustificati in virtù del torto subito, in questo modo il molestatore ottiene un senso di controllo sulla realtà, il quale a sua volta, rinforzerà il comportamento.
Il bisognoso d’affetto: questa categoria è rappresentata da soggetti motivati dal desiderio di una relazione intima o di attenzioni nell’ambito di una amicizia o di una storia d’amore. La vittima è considerata per generalizzazione o per una serie di caratteristiche osservate in maniera superficiale dal molestatore stesso, un/a partner ideale o un amico/a ideale che possa supplire alla mancanza di affetto. Il rifiuto della persona desiderata viene negato e reinterpretato, si instaura la convinzione che tale persona abbia solo bisogno di sbloccarsi o superare qualche difficoltà psicologica. Anche il “delirio erotomane” appartiene a questa categoria: in questo contesto specifico il desiderio di affetto viene erotizzato e nelle risposte della vittima lo stalker vede solo il desiderio al quale la vittima oppone resistenza. Il rifiuto è considerato inaccettabile e, come tale, rappresenta una ferita intollerabile per il proprio ego; come conseguenza le difese messe in atto sono molto forti e si basano sull’allontanamento della percezione reale dell’altro/a e delle sue reazioni, sostituendole con quelle immaginate. Questa categoria tende con maggior frequenza a mandare lettere e messaggi alla vittima. Tale tipologia di stolker, insieme al gruppo dei “rifiutati”, è quello che porta avanti più a lungo nel tempo i comportamenti molesti.
Il corteggiatore incompetente: ha una scarsa o inesistente capacità relazionale e, proprio per questo, i suoi comportamenti risultano opprimenti, espliciti e, quando non raggiunge lo scopo, anche maleducati e aggressivi. Tale tipologia di molestatore è meno resistente nel tempo ma tende a riprodurre gli stessi codici di azione cambiando continuamente l’oggetto delle sue attenzioni.
Il respinto: il suo comportamento persecutorio si palesa in seguito ad un rifiuto. Spesso si tratta di un ex che ha intenzione di ristabilire un rapporto o di vendicarsi dell’abbandono. I desideri provati dal molestatore sono contrastanti e l’espressione comportamentale che ne deriva risulta stabile nel tempo e resistente alle reazioni negative della vittima. Le attività persecutorie rappresentano per il molestatore una forma di relazione che è, in ogni caso, rassicurante rispetto alla perdita totale dell’ oggetto, la quale viene percepita come intollerabile. Questo tipo si stalker ha sicuramente sviluppato un modello di attaccamento di tipo insicuro, questo lo espone ad una serie di angosce legate all’abbandono. Questi timori, percepiti più o meno inconsciamente, spingono a considerare la mancanza dell’altro come una minaccia di annientamento e di annullamento del sé. Il molestatore che appartiene a questa categoria è quello che più di tutti mette in atto lo spettro più ampio di comportamenti di stalking. Risulta abbastanza sensibile alle sanzioni legali.
Il predatore: si tratta della tipologia di molestatore potenzialmente più pericolosa. Il soggetto desidera avere rapporti sessuali con la vittima, la quale è pedinata, spiata, inseguita e spaventata. La paura ha effetto eccitante poiché gli conferisce un senso di potere. Possono appartenere a questa categoria anche soggetti con disturbi della sfera sessuale come pedofili o feticisti. Questi soggetti prediligono comportamenti di sorveglianza, con pedinamenti furtivi, mentre sono restii all’utilizzo del telefono e delle altre modalità di contatto diretto.
Lo stalker può avere anche dei disturbi psichiatrici appartenenti ad un quadro psicotico. Sembra non esserci differenza tra psicotici e non psicotici nella frequenza delle minacce, mentre la probabilità che alle minacce faccia seguito un’aggressione fisica è doppia per il gruppo dei non psicotici (Gramolini, 2008).
Quello che tutte le tipologie di molestatore hanno in comune è una personalità fragile, caratterizzata dalla paura di essere abbandonati, sulla scia di precoci esperienze infantili di separazione. Tale timore predispone il soggetto per un legame ossessivo. Lo stalker, quindi potrebbe sviluppare disturbi relazionali come conseguenza di eventi traumatici e di bisogni affettivi disattesi. Il modello di attaccamento del molestatore è presumibilmente di tipo insicuro (ansioso-ambivalente, evitante o disorganizzato) (Curci, 2003). Il passaggio all’atto di questi pazienti è collegabile al tentativo di risanare una ferita narcisistica.
Come è stato accennato, solo una piccola parte (il 10%) è affetto da una patologia psichiatrica: le ipotesi patologiche sono legate soprattutto all’erotomania e al delirio erotomanico, spesso espressioni di un nucleo psicotico. Le psicopatologie più frequenti sono i disturbi di personalità, in particolare i quadri borderline, paranoici e narcisistici.
Un aspetto rilevante deriva dall’osservazione della difficoltà dello stalker di superare l’esperienza di lutto: le molestie avrebbero il fine di restaurare il sé grandioso, negando la separazione e la perdita dell’oggetto continuamente presentificato e tenuto sotto controllo.
Per quanto riguarda la vittima, essa ha un ruolo cruciale per la definizione del fenomeno, in quanto si tratta di una situazione essenzialmente definita dalla vittima. La linea di demarcazione tra fenomeno socialmente inappropriato e reato vero e proprio è definita sulla base del carattere, della livello di tolleranza e della reattività della vittima.
La maggior parte delle vittime (86%) sono donne di un’età compresa tra i 18 e i 24, anche se un numero considerevole di vittime ha tra i 35 e i 44 anni e sono molestate da stolkers che provano del risentimento nei loro confronti o hanno paura di interrompere la relazione amorosa.
I dati relativi al fenomeno sono piuttosto allarmanti: solo nella capitale il 21% della popolazione è stata vittima almeno una volta nella vita di stalking (Centro antipedinamento di Roma).
Un elemento interessante è dato dal fatto che una delle categorie più a rischio per lo stalking è quella degli “help professionists”, ovvero tutti quegli operatori che per lavoro aiutano il prossimo come infermieri, psicologi, medici e assistenti sociali. Uno dei motivi che spieghi questo fenomeno è che tali figure professionali, proprio in virtù della loro attività, possono facilmente essere oggetto di proiezioni di affetti e relazioni interiorizzate; un altro motivo è che le eccesive speranze di alcuni pazienti possono essere deluse dalla quotidianità professionale e lo stalking rappresenterebbe, in questo caso, una richiesta di attenzione o una ricerca di vendetta per l’attribuzione di responsabilità sulla propria salute o sulla propria vita.
Una classificazione recente (Gramilini, 2008) divide le vittime in primarie (dirette) o secondarie (inderette). Del primo gruppo fanno parte gli individui che sono oggetto diretto del desiderio del molestatore. Possono essere ex intimi dello stalker (in questo caso sono per la maggior parte donne), possono essere conoscenze o amicizie occasionali (di questo specifico gruppo fanno parte la maggioranza degli uomini vittime di stalking), oppure possono essere persone che sono entrate in contatto con il molestatore tramite la loro attività professionale, possono essere sconosciuti e, infine, le vittime dirette possono essere anche personalità pubbliche.
Le vittime secondarie sono tutti coloro che, a causa della loro vicinanza affettiva con la vittima diretta, subiscono a loro volta danni e molestie. Si può trattare di amici, colleghi, familiari o coinquilini della persona-oggetto del desiderio. Secondo l’interpretazione della realtà del molestatore questi individui possono essere un ostacolo per il raggiungimento dello scopo, da qui le minacce e, a volte, le aggressioni dirette verso di loro.
I comportamenti molesti inducono nelle vittime un senso di perdita di controllo e inoltre, minano la loro percezione di vivere in un ambiente sicuro e prevedibile. Il senso di minaccia è continuamente presente, così come l’ipersensibilità e questo può mettere a dura prova le relazioni interpersonali della vittima e la sua qualità di vita. Purtroppo è molto comune che i soggetti perseguitati sviluppino un senso di abbandono e di alienazione dagli altri, sentimenti che si riflettono anche nella sfiducia in un sistema giudiziario e nei servizi di assistenza spesso poco consapevoli.
Il disagio psicologico provato dalla vittima può sfociare in quadri psicopatologici che includono disturbi d’ansia, dell’umore e a volte anche disturbo post traumatico da stress (può capitare che la vittima riviva specifiche scene di aggressione o di forte pericolo tramite flashback).
Alla luce di tutto questo, oltre che del supporto del sistema giudiziario, la vittima necessita di un sostegno psicologico che la aiuti ad affrontare in maniera più efficace quello che le sta accadendo e a superarlo nella maniera più adattiva possibile.
Anche per lo stalker è indicato un percorso psicoterapeutico che sia in grado di supportarlo nella risoluzione dei conflitti che sono alla base dei comportamenti problematici. E’ utile valutare l’eventuale presenza di nuclei psicotici; in tal caso la psicoterapia può essere affiancata da una terapia farmacologica.

BIBLIOGRAFIA
Curci P., Galeazzi G.M.,Secchi C. La sindrome delle molestie assillanti (Stalking), Bollati Boringhieri,2003

Galeazzi G.M., Curci P., Sindrome del molestatore assillante (stalking): una rassegna. Articolo di aggiornamento,2002

Giannantonio M., Psicotraumatologia e Psicologia dell’Emergenza, Ecomind, 2005

Gramolini S., Il fenomeno dello stalking: nuova forma di paura, di studio e di reato; 2008

Meloy JR. Stalking obsessional following: a review of some preliminary studies. Aggression ViolentBehavior1996;1:147-62

Meloy JR, Rivers L, Siegel L,Gothard S, Naymark D, Nicolini JR. A replication study of obsessional followers and offenders with mental disorders. J Forensic Sci 2000;45:147-52.

Mullen P, Pathè M, Purcell R, Stuart GW. Study of stalkers. Am. J. Psychiatry, 1999; pp. 1244 -1249.

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